Racconti

L'amico Fottesega

Ho conosciuto Fottesega sei o sette anni fa, in un forum sugli attacchi di panico. Rispondeva alla maggior parte dei thread, dando descrizioni estremamente dettagliate dei suoi stati d'ansia e una buona quantità di consigli non richiesti, ma generalmente validi. Il suo nickname era Fottesega e il suo avatar uno smiley grigio senza bocca.

Più tardi l'ho ritrovato, a volte per caso e a volte cercandolo, su altri siti, social network e giochi online. Su alcune piattaforme fa battute e scherza con tutti, su altre si limita a leggere e intervenire quando ne ha voglia.
Quando ho ricevuto lo sfratto, l'unico a cui ho scritto è stato lui. Fottesega, come immaginavo, ha risposto subito e mi ha chiesto i dettagli. Poi mi ha proposto di stare da lui finché non troverò un'altra soluzione. Ho pensato che sarebbe stato l'unico modo per non parlarne coi miei amici e familiari, e ho accettato.

Fottesega vive in una villetta bifamiliare di un'anonima cittadina a due ore di treno da quella che è stata la mia ultima casa. Ha una cinquantina d'anni e una moglie bellissima. Quando arrivo, con uno zaino e un borsone, mi accolgono entrambi sulla porta e mi prendono i bagagli di mano. La moglie sorride e mi stringe la mano, Fottesega mi consegna due asciugamani e delle ciabatte e mi mostra la camera degli ospiti. Non sorride.

Mi lasciano sola, chiudendosi la porta alle spalle. La stanza è grande e pulita, senza un filo di polvere. Cerco di riempire lo scaffale vicino alla finestra con le poche cose che mi sono portata dietro, poi mi stendo sul letto a guardare il soffitto bianco. Il posto mi piace e mi lascio scivolare nel sonno per qualche minuto.

***

A cena mi trovo seduta davanti a una tavola apparecchiata con gusto spartano. Quattro piatti bianchi e un bicchiere per ciascuno sono tutto ciò che vedo, oltre alla bottiglia d'acqua al centro. Fottesega fa il giro per distribuire le posate.
Mi sono svegliata pochi minuti fa e ho ancora la testa intontita per il sonno. Non riesco a gestire lo sforzo contemporaneo di allontanare l'atmosfera torbida dei sogni e imbastire una conversazione, quindi rimango in silenzio, assorta in pensieri vaghi. Mentre cerco di riprendere coscienza per poter dire qualcosa, compare una donna anziana che non avevo visto, forse la madre di Fottesega. Prende posto a capotavola, senza dire niente e senza salutarmi. Poi entra la moglie, con una grande busta di carta, che reca il nome di un ristorante. La vecchia, appena la vede, si mette a borbottare timidamente:

- Perché non me l'avete detto? Potevo cucinare io...



- Lo sai che oggi è il mio turno. - ribatte la moglie.
- Ma a me piace cucinare, posso cucinare domani se volete. - insiste l'altra, con voce lamentosa.
- Domani sta a me. - precisa Fottesega, che ha finito di distribuire le posate e si è appena seduto.
- Che senso ha questa cosa dei turni se poi non cucinate mai e ordinate tutto al ristorante?
- Non sono turni per cucinare, ma per occuparsi dei pasti. - risponde Fottesega, mentre si versa da bere.
- Come credete. - si arrende la madre, storcendosi le mani e fissando il bicchiere vuoto.

Nel frattempo la moglie di Fottesega ha iniziato a distribuire il primo e io lascio che mi riempia il piatto senza dire niente. Dopo due settimane passate a nutrirmi di pane confezionato e pesche sciroppate faccio fatica a tenere a freno la salivazione.

***

Di ritorno da una gita al frigorifero, vedo Fottesega che sta stendendo i panni in bagno, e vado ad aiutarlo. Ci mettiamo circa una decina di minuti, durante i quali lui non apre bocca. È meticoloso e stira per bene ogni capo con le mani, prima di fissarlo allo stendino con le mollette. A volte le sposta di qualche millimetro, se gli sembra che non siano attaccate nel punto giusto. Alla fine, prima di uscire, mi indica la lavatrice e il detersivo e dice:

- Se devi lavare qualcosa, fai pure.

Mi viene in mente che una volta, in un thread su una marca di ansiolitici, Fottesega ha menzionato che stava valutando l'ipotesi di suicidarsi. I commentatori abituali gli hanno scritto una marea di risposte accorate in cui lo invitavano a pensare alle cose belle della vita, al fatto che i brutti momenti passano e alle persone che ama. Qualcuno gli ha fatto notare che quelli che dicono di volersi suicidare sono solo egoisti in cerca di attenzione, che non si ammazzano mai. Fottesega non ha risposto ai commenti, si è cancellato dal sito ed è sparito, lasciando la maggior parte degli utenti nella convinzione che si fosse ucciso davvero. Io all'epoca giocavo a un GDR con lui e sapevo che era vivo, almeno finché ogni sera si divertiva a deridermi per le idiozie che scrivevo. Ma provavo la strana sensazione di scherzare con un morto.

***

Dopo una settimana accendo il portatile e controllo la posta elettronica. Trovo una mail di mia madre, due del centro per l'impiego e una quindicina di notifiche da social vari. Sposto tutto quanto nella cartella spam, senza leggerlo, e rimango a fissare la schermata vuota. Prima che si attivi lo screen saver, spengo tutto e vado a sedermi al tavolo della cucina. Dopo poco mi raggiunge l'anziana madre con due mazzi di carte. Giochiamo a solitario, scambiando qualche parola ogni tanto. Scopro che non è la madre di Fottesega, ma una parente alla lontana della moglie, che vive qui già da un anno, in seguito a delle difficoltà di cui non può o non vuole parlarmi.
Comincio a sospettare che questa casa sia una specie di centro di smaltimento per esistenze in avaria.

***

Quando sento il segnale di spegnimento della lavatrice, mi alzo e vado in bagno per aiutare la moglie di Fottesega a stendere i panni. Lei è più veloce e più approssimativa di lui. Ma a metà dell'opera si ferma e va a fumare una sigaretta alla finestra, mentre con una mano scioglie i nodi che qualcuno ha fatto alla tenda.

- Cosa fai di bello nella vita? - mi chiede, senza voltarsi.
- Momentaneamente niente.
- Capisco.

Prende un tiro lungo dalla sigaretta e torna a stendere i panni assieme a me. Da vicino è ancora più bella, ma ha molte rughe. Alterna i gesti macchinali con cui stende i panni a quelli per fumare. Mi domanda ancora:

- E come vi siete conosciuti?
- Internet.
- Capisco. - ripete.

Poi chiede a bruciapelo:

- Hai dei figli?
- No. - rispondo.
- Io sì – dice e sorride – ma vive dal padre. Abbiamo fatto scegliere al bambino, quando ci siamo separati, e ha detto che preferiva stare dal padre. Dovrebbe venire qua per il finesettimana, ma spesso non viene. Gli ho chiesto perché e ha detto che non ha tempo. Non credo sia vero, ma ho pensato che se non ha voglia di venire, non dovrei insistere.
- Capisco. - dico io, stavolta.

***

Non ricordo esattamente quando sono arrivata. Il computer non l'ho acceso più, per non vedere la posta e le notifiche. Finché non le vedo posso far finta che non esistano.
Come ogni sera, Fottesega rientra per primo, saluta dal corridoio e va nel suo studio. Poi torna la moglie, saluta dalla porta e va in salotto col tablet. La vecchia prozia non esce mai dalla sua stanza e a volte mi domando come passi le giornate. Potrei andare a chiederglielo, ma non ho voglia di alzarmi dal letto.

***

Bussano alla porta, è la moglie di Fottesega. Mi chiede come sto, le dico che va tutto bene. Mi fa segno di seguirla. Va in camera da letto, apre l'armadio e comincia ad armeggiare fra i vestiti. Poi tira fuori un maglione di lana scura, molto lungo, e me lo mostra.

- A me sta largo, ma a te potrebbe andar bene. - dice, allungandomelo.

Lo infilo sopra il dolcevita e annuisco.

- Ti sta bene. - conferma. Poi continua a cercare nell'armadio. - ho un sacco di vestiti molto belli che portavo da giovane. Adesso non mi stanno più, ma a volte mi piacerebbe poterli mettere ancora. È un peccato lasciarli qua dentro. C'è anche una specie di abito da sera, l'ho messo al mio primo matrimonio. Era una cerimonia in Comune, ma volevo essere elegante lo stesso. Non mi fraintendere, non ho mai voluto il vestito bianco con il velo e cose simili, ma ci tenevo comunque ad essere bella. Uno si fa un sacco di illusioni nella vita, su come le cose debbano funzionare e sull'importanza dei dettagli. Probabilmente volevo che fosse un giorno perfetto. O forse ho pensato che non avrei avuto molte altre occasioni per comprare un abito elegante e portarlo in pubblico, non lo so. Le due volte successive mi sono preoccupata molto più delle questioni economiche e degli ospiti. Comunque se lo trovo te lo mostro.

La lascio parlare e guardo il maglione che ho addosso.

- Secondo te perché preferisce stare dal padre? - mi chiede all'improvviso, mentre continua a frugare nell'armadio. - Voglio dire, perché qua non vuole proprio venirci?

Vorrei dirle che non lo so, che io avrei preferito di gran lunga crescere in una casa come la loro che con della gente che ogni tre minuti cominciava a urlare e spaccare cose, ma che forse per suo figlio è diverso. Magari preferirebbe sentir urlare di tanto in tanto. Mi chiedo come formulare il ragionamento, poi penso che in fin dei conti non è molto sensato e dico:

- Non lo so.

La moglie di Fottesega continua a mettere sottosopra l'armadio, poi si volta delusa.

- Mi dispiace, ma non riesco proprio a trovarlo. Comunque il maglione ti sta molto bene. - aggiunge.
- Sì, mi piace. - dico, finalmente.
- Puoi tenerlo, se vuoi.
- Grazie. - rispondo.

***

Mi sveglio a metà mattinata, con uno strano senso di lucidità. La casa è deserta e silenziosa. Le pareti bianche riflettono in maniera impeccabile la luce invernale che entra dalla finestra. Vago per il corridoio e per le stanze deserte, cercando di ricordare cosa ho sognato.
Ho sognato che sul divano in salotto c'era un bambino di pochi mesi, grasso, sorridente e completamente vestito di giallo. Era seduto immobile, appoggiato a un cuscino, ed era mio.
Il giallo è un colore che ho sempre odiato.
Torno in camera, tolgo i miei vestiti dallo scaffale e li appoggio uno per uno sul letto. Metto il computer nello zaino, assieme allo spazzolino e al deodorante. Poi prendo il maglione che mi ha dato la moglie di Fottesega e lo piego con cura. Infilo i vestiti nel borsone, prima i pantaloni, poi le magliette e le camicie, la biancheria, le giacche. Quando arrivo al maglione, nella borsa non c'è più spazio. Lo rimetto sul letto, vicino al cuscino.



Penso che avrò bisogno di vestiti caldi, per il freddo che sta arrivando, e forse di una borsa più capiente, mentre esco dalla stanza, apro il portone e lentamente scendo le scale per andarmene.




Fratello Whisky

Lo spazzolino viola si staglia come un alieno contro le piastrelle verde pastello del bagno. In questo ambiente asettico e luminoso è una presenza impacciata, ridicola. È quasi nuovo, ha le setole ancora dure.
Lo prendo fra i denti e comincio a masticarlo lentamente, per sentirne la consistenza. Le setole sono ruvide contro la lingua e poco a poco rilasciano nella mia bocca il sapore della plastica.
Cerco di schiacciarlo coi denti, deformarlo, costringerlo ad aprirsi come un fiore; poi lo tiro fuori per osservare il risultato, ma ha già ripreso la sua forma originale.
Non ho più dentifricio, qualcosa devo pur farci.
Il tempo fuori è quasi estivo. Il cielo fra i tetti è limpido, silenzioso, percorso da qualche nuvola sottile e solitaria. Lo attraversano in lontananza degli uccelli migratori, uno di loro emette un grido roco.

Sono solo.

È brutto essere soli con questo tempo.

Ma ci sono cose più brutte. Quello che sto per fare a Fratello Whisky, per esempio. Fratello Whisky è l'unico amico che mi è rimasto. A volte viene a trovarmi nel pomeriggio, entra dalla finestra del bagno e rimane per qualche ora immobile nella penombra della stanza. Forse gli dà fastidio il sole che picchia sui muri.

Squilla il telefono. Conto gli squilli, aspettando che si attivi la segreteria telefonica.
Rispondere è inutile. Ho imparato a distinguere le cose utili da quelle inutili finalmente. Parlare con una voce anonima dall'altro lato dell'apparecchio è inutile, annullarsi ogni giorno nella trance del concerto di tastiere del tuo ufficio è inutile; leggere libri, seguire notiziari, coltivare verdure sul balcone e farsi una cultura in marche biologiche e solidali, associazioni di beneficenza e artisti underground è inutile. Tutto ciò che serve a distrarsi dalla propria esistenza è inutile.
Masticare lo spazzolino da denti, osservare le nuvole che attraversano lentamente il cielo, aprire la finestra del bagno e mettersi in agguato, è utile.
Investire con la propria macchina un ubriaco e farsi arrestare, vedersi rifiutare il rimborso dell'assicurazione perché sei diabetico e non avresti mai potuto firmare il contratto, perdere il lavoro e vedersi pignorare, di settimana in settimana, gli elettrodomestici, i mobili e alla fine anche le mutande, è utile.
Ti trovi a guardare il cielo fra i tetti e a sentire improvvisamente che esisti. Che tutto il resto non ha significato. E fra te e il cielo si apre un vuoto immenso, spaventoso. Bellissimo.

Da qualche minuto fisso la finestra spalancata, ma Whisky non arriva. Mi arrampico sul davanzale con lo spazzolino in mano e mi sporgo a sinistra sul muro illuminato. Il sole rovente mi abbaglia e mi scalda la schiena. Ed eccolo là, Whisky, le sue gambe sottili, nere e pelose sbucano timide dal buco nell'intonaco. Mi vede ma non ha paura, ormai mi conosce. La mia mano scivola sul telaio della finestra, ma mi sporgo ancora un po' per raggiungerlo. Avvicino lo spazzolino alle sue zampette nere, fino a sfiorarle. Whisky si ritrae un po'. Non capisce ancora. Tocco con le setole la sua testa, gli innumerevoli occhi con cui mi osserva, più infastidito che spaventato. Stavolta indietreggia più in fretta e sparisce nella sua tana. Lo inseguo con lo spazzolino. Percepisco appena l'attrito delle setole sul suo corpo, premuto contro il fondo del muro. Forse adesso ha capito.
Ma adesso è tardi. Affondo lo spazzolino e sento la resistenza molle di Whisky che viene perforato dagli aghi di plastica e le zampe che si dimenano nel tentativo disperato di sfuggire alla loro presa. Ma io non lo lascio fuggire. Lo tiro fuori lentamente, con lo spazzolino, facendo attenzione perché non cada e non scappi. Whisky, infilzato sulla testa dello spazzolino, con le interiora sparse fra le setole, si dimena ancora, pensa ancora di potersi salvare. Proprio come me. Lo guardo e non so se provare piacere o disgusto. Forse non provo nulla. Forse il mondo non ha provato nulla quando ha spiaccicato me ed è rimasto a osservare immobile la mia ridicola lotta per la sopravvivenza.

Un cigolio mi fa trasalire. Mi volto e vedo la vicina che apre il cancelletto d'ingresso ed entra col suo passo stanco. M'infilo nella finestra e attraverso di corsa l'appartamento, spalanco la porta, esco sul pianerottolo e con un salto sono davanti alla porta di casa sua. Prendo lo spazzolino e, lentamente, con cura, spalmo quel che resta di Whisky sul legno, proprio sopra al chiavistello, stando ben attento che non si stacchi. Whisky si muove ancora un po'. Poi corro nel mio appartamento e aspetto dietro alla porta accostata. La vicina sale le scale a fatica. Arriva in cima col viso stanco e gli occhi vuoti, e si dirige ignara verso la sua porta.

La vicina ha paura dei ragni, una volta nel cuore della notte ha svegliato mezzo condominio per un ragnetto nella sua vasca da bagno. Sono andato io a tirarlo fuori di lì. Ho preso un bicchiere e un pezzo di carta e, con cura, mentre la vicina strillava per paura che mi scappasse, l'ho messo fuori dalla finestra. Forse era Whisky da piccolo, chi lo sa.

La vicina strilla anche adesso. Ha gettato via le chiavi, che in una parabola perfetta sono volate nel vano delle scale, e continua a urlare, raggomitolata per terra, aggrappata al corrimano.


E io rido. Scosso dagli spasmi di in una risata violenta, convulsa e incontrollabile, non riesco a chiudere la porta e le mie risa echeggiano insieme alle urla della vicina nel vuoto delle scale. Due grida prive di senso, che trafiggono il silenzio dell'edificio, salgono indisturbate fino al lucernario, fino al cielo sopra i tetti e si dissolvono nel nulla.




Cuscini

- Mamma, dov'è l'altro libro? Quello con il soldato?
Silenzio.
- Ehi, Mamma! Dov'è l'altro libro?
Di nuovo, nessuna risposta.
La figlia chiude gli occhi, si tira indietro fino a sprofondare nel divano, e infila la testa fra i due grossi, gonfi cuscini. Sempre più giù, sempre più giù, fino a diventare invisibile, fino a non vedere più nulla. Se rimango così abbastanza a lungo, pensa, forse prima o poi sparirò. Devo solo rimanere immobile finché non succede.
Ma lo pensa da quando aveva cinque anni e non ha mai funzionato. Sua madre sicuramente è ancora seduta là, con lo sguardo assorto.
Risponde solo:
- Tanto non lo leggi, non ci sono figure in quello.
Poi:
- Ci sposiamo, io e Paolo. Domani ti porto da papà e rimani con lui.
- Non guardarmi in quel modo, non puoi stare con noi. Papà si porta una ragazza ogni tanto, non gli dai nessun fastidio, e di certo non se le sposa. Puoi portarti dietro i tuoi giochi. E di tanto in tanto verrà una donna per occuparsi di te.
- Se non mi avessi sempre trattata come un'idiota adesso non sarei così deficiente. - Dice la figlia fra i cuscini.
L'ha detto sua sorella una volta, mentre litigava con la madre: "Se non l'avessi sempre trattata come un'idiota adesso non sarebbe così deficiente". Non ha capito quella frase, ma le è piaciuta. Allora ha cominciato a ripeterla "Se non mi avessi sempre trattata come un'idiota adesso non sarei così deficiente". Ogni volta che litigano, o che sua madre ce l'ha con lei, ripete la frase.
- Se non mi avessi sempre trattata come un'idiota adesso non sarei così deficiente. - Ripete per l'ultima volta.
- Mi sono occupata di te per trent'anni - dice la madre - Ora semplicemente non ce la faccio più.
- Mi dispiace. - Aggiunge, ed esce dalla stanza. 

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